Esselunga di Curno (BG): non si lavora in condizioni di sicurezza e l'azienda fa orecchie da mercante

Nonostante siamo nella provincia che ha pagato più morti per il Coronavirus, l'azienda continua a non adottare le misure di prevenzione e protezione per ridurre il rischio di contagio

Nazionale -

All'Esselunga di Curno (BG) per tutto il mese di marzo non sono state rispettate le direttive ministeriali in merito alla tutela della salute dei lavoratori e dei clienti.

Dal mese di Aprile l'azienda si è parzialmente messa in regola, ma tutt'ora non vigono condizioni ottimali che garantiscono lavoratrici e lavoratori.

 

E stiamo parlando di una delle province che più ha pagato in termini di vittime e contagi di tutta la Regione Lombardia e di tutto il Paese.


L'azienda non ha limitato gli assembramenti; per alcune settimane non sono stati imposti contingentamenti agli ingressi e i clienti potevano entrare senza che nessuno ne regolamentasse il flusso.

In seguito, imposta la fila all'ingresso, i responsabili del punto vendita hanno continuato, giorno per giorno, a permettere comunque ai clienti di entrare tutti insieme, intasando le corsie, senza che ci fosse la possibilità di rispettare il distanziamento sociale.

Ogni giorno, a più riprese, solo l'intervento dei lavoratori e delle lavoratrici ha limitato la frenesia della direzione, spinta dalle gerarchie superiori ad aumentare i flussi d'ingresso e di conseguenza delle vendite e degli introiti.

Questa situazione è andata migliorando non tanto per politica aziendale ma da quando a fine marzo sono stati limitati per decreto gli spostamenti dei cittadini.

L'azienda inizialmente non ha fornito i dispositivi di protezione individuale ai lavoratori e ha in seguito consegnato loro poche mascherine del tutto insufficienti.

Disporre della stessa mascherina per diversi giorni di fila, fino ad un'intera settimana, rende inutile l'utilizzo della stessa. Gran parte dei modelli distribuiti sono inoltre delle pezze di stoffa sostanzialmente inutili nel limitare l'esposizione al virus, ma forse utili all'azienda come operazione di marketing.

L'azienda in un mese e mezzo ha disposto una singola sanificazione; gestita alla bell'e meglio, ha visto la partecipazione dei dipendenti stessi, come se fosse loro competenza operare una sanificazione. Non ci è dato sapere se oltre all'area interna del punto vendita siano state sanificate anche tutte le strutture e gli strumenti utilizzati quotidianamente: carrelli, terminali pos e casse, sanitari. Una sanificazione in un mese e mezzo, fatta in questo modo, è totalmente insufficiente e non garantisce un ambiente di lavoro salubre in un luogo quotidianamente attraversato da centinaia di persone che entrano in contatto tra di loro e con ogni cosa all'interno.

Fin dall'inizio dell'emergenza almeno un terzo delle lavoratrici e dei lavoratori, è finito in quarantena per sintomi riconducibili al COVID-19.

Per settimane, fino all’inizio di Aprile, tutto ciò è stato deliberatamente ignorato e si è proseguito come se nulla fosse quando risulta chiaro che luoghi come i supermercati, se non vengono immediatamente sottoposti ad adeguate misure precauzionali, si trasformano in focolai che a loro volta si propagano all'interno dei nuclei famigliari dei dipendenti e dei clienti, contribuendo alla reazione a catena a cui abbiamo assistito in scala regionale in Lombardia.

 

Nonostante alcune migliorie siano state applicate, quali i pannelli in plexiglass davanti alle casse, la situazione odierna presenta comunque criticità.

 

Per almeno un mese le misure precauzionali previste dai decreti non sono state rispettate, mettendo a repentaglio la salute e la vita stessa di dipendenti e clienti, esclusivamente a favore del profitto.

condanniamo tali atteggiamenti superficiali che hanno senz’altro contribuito al propagarsi dell'epidemia nell'area di Bergamo e provincia.

 

La salute prima di tutto. Prima delle logiche aziendali. Prima del profitto.

 

 

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